Quando le montagne portarono il loro mondo in Europa
Per comprendere davvero l’Alta Val Taro e la Val Ceno non basta osservare castelli, boschi e borghi.
Bisogna guardare oltre l’orizzonte delle montagne.
Per secoli queste vallate sono state terre di partenza. Migliaia di uomini e donne lasciarono i propri paesi per cercare lavoro e fortuna in altre regioni d’Italia e in molti paesi europei. Ma la loro storia è diversa da quella di molte altre aree rurali.
Non furono soltanto emigranti.
Furono musicanti, ammaestratori di animali, merciai ambulanti, gelatieri, cestai, commercianti e viaggiatori. Portarono nelle piazze d’Europa mestieri nati tra i boschi dell’Appennino e crearono reti che collegavano piccoli paesi di montagna a città lontanissime.
Per questo motivo l’emigrazione è uno dei temi più importanti per capire l’identità della valle.
Una montagna che imparò a viaggiare
Già tra il Cinquecento e il Seicento compaiono i primi segnali di una mobilità che nel tempo sarebbe diventata una vera caratteristica del territorio.
Dalla seconda metà del Settecento il fenomeno si intensificò e nella prima metà dell’Ottocento emerse una figura destinata a diventare tipica dell’Appennino: il girovago.
Non si trattava necessariamente delle persone più povere.
Spesso erano individui intraprendenti che investivano in strumenti musicali, animali ammaestrati o merci da vendere. Possedevano una competenza preziosa: la capacità di muoversi tra paesi, lingue e culture diverse.
Questa attitudine trasformò una montagna apparentemente isolata in una delle aree più mobili dell’Appennino.
Gli orsanti: l’Appennino nelle piazze d’Europa
Tra tutte le figure dell’emigrazione appenninica, gli orsanti sono probabilmente le più sorprendenti.
Partivano dai paesi della valle portando con sé orsi, scimmie, cani addestrati e strumenti musicali. Attraversavano le Alpi e raggiungevano Francia, Germania, Scandinavia, Europa orientale, Russia e Turchia.
Le compagnie erano organizzazioni complesse.
Potevano comprendere il proprietario dell’orso, il conduttore della scimmia, un suonatore di tamburo, uno o più aiutanti e talvolta perfino cavalli o altri animali destinati agli spettacoli.
Nel bedoniese esistevano perfino le cosiddette “ca de l’ors”, edifici utilizzati per ospitare e addestrare gli animali prima della partenza.
Ancora oggi questo dettaglio aiuta a capire quanto il fenomeno fosse radicato nella vita quotidiana della valle.
Illica e il ritorno degli orsanti
Uno degli episodi più suggestivi della memoria locale riguarda due uomini di Illica.
Nel 1797 Giovanni e Vincenzo Draghi tornarono dalla Germania portando con sé un orso e una scimmia.
La comunità conservò il ricordo di quel ritorno e della loro gratitudine verso il luogo d’origine.
L’episodio è importante perché mostra un aspetto spesso dimenticato dell’emigrazione: partire era importante, ma lo era anche tornare.
Molti emigranti mantennero infatti un rapporto costante con i propri paesi, contribuendo con offerte, restauri e investimenti.
Casale e gli spettacoli itineranti
A Casale Val Taro la memoria degli orsanti assume una forma ancora più concreta.
Qui si ricordano famiglie come i Granelli, protagoniste di spettacoli itineranti che portarono gli artisti della valle in numerose città europee.
I racconti tramandati parlano di cavalli addestrati, cani capaci di eseguire esercizi sorprendenti e compagnie che percorrevano migliaia di chilometri.
Queste storie mostrano come l’emigrazione non fosse soltanto una risposta alla povertà, ma anche una forma di imprenditorialità e di creatività.
Tarsogno e gli uomini del confine
A Tarsogno il fenomeno assume caratteristiche diverse.
Qui emergono le figure degli spalloni, uomini che attraversavano i confini montani trasportando merci tra Liguria ed Emilia.
Accanto a loro si ricordano gli scudesen, artigiani specializzati nella costruzione di ceste e corbe.
Questi mestieri raccontano un’altra forma di mobilità: quella legata ai commerci, alle vie di crinale e ai rapporti economici tra territori confinanti.
Tarsogno conserva ancora oggi la memoria di queste partenze e dei viaggi verso l’Inghilterra e le Americhe.
Setterone e i gelatieri
Nel piccolo borgo di Setterone l’emigrazione prese spesso la forma della gelateria.
Molti abitanti partirono verso la Gran Bretagna, portando con sé competenze che avrebbero contribuito alla nascita dei café italiani e delle gelaterie che resero celebri gli emigranti dell’Appennino parmense.
Questa storia si collega direttamente alla grande diaspora della Val Taro e della Val Ceno verso il Galles e l’Inghilterra, da cui nacquero imprenditori, ristoratori, sportivi e personalità che mantennero vivo il legame con le proprie origini.
Dalla montagna all’Europa
Le destinazioni degli emigranti della valle furono sorprendentemente numerose.
Tra le principali:
- Francia;
- Gran Bretagna;
- Germania;
- Scandinavia;
- Europa orientale;
- Russia;
- Turchia.
Nel tempo si aggiunsero anche percorsi diretti verso le Americhe e altre aree del mondo.
Questa rete di relazioni trasformò profondamente la società locale.
Le rimesse degli emigranti contribuirono alla costruzione di case, al restauro delle chiese e al miglioramento delle condizioni di vita di molte famiglie.
Una storia di partenze e ritorni
L’emigrazione della valle non può essere raccontata soltanto come fuga dalla povertà.
Fu anche una storia di ritorni.
Molti emigranti conservarono rapporti stretti con i paesi d’origine. Tornavano per le feste religiose, sostenevano opere pubbliche e contribuivano economicamente alle comunità.
Per questo motivo la storia migratoria è ancora visibile nel paesaggio.
Dietro molte chiese restaurate, molte case e molte iniziative locali si nasconde il contributo di persone che avevano vissuto lontano ma non avevano mai dimenticato le proprie radici.
Cronologia
Secoli XVI-XVII
Prime testimonianze della mobilità appenninica.
Seconda metà del XVIII secolo
Crescita dell’emigrazione itinerante.
1797
Ritorno a Illica di Giovanni e Vincenzo Draghi dalla Germania con un orso e una scimmia.
Prima metà del XIX secolo
Massima diffusione degli orsanti e dei girovaghi.
Fine Ottocento
Sviluppo dell’emigrazione verso Europa occidentale e Americhe.
1914
La Prima guerra mondiale segna la fine della stagione classica degli orsanti.
Cosa vedere
Casale Val Taro
Il paese legato alla memoria degli orsanti e della famiglia Granelli.
Tarsogno
Terra di spalloni, cestai ed emigranti.
Setterone
Uno dei luoghi simbolo dell’emigrazione dei gelatieri.
Illica
Legata alla memoria degli antichi orsanti.
Seminario di Bedonia
Centro di conservazione della memoria storica dell’emigrazione appenninica.
Perché conoscere questa storia
L’emigrazione spiega meglio di qualunque altro fenomeno il carattere dell’Alta Val Taro e della Val Ceno.
Queste montagne non hanno mai vissuto chiuse in se stesse.
Per secoli hanno inviato uomini e donne nel mondo, creando collegamenti che arrivavano fino alle piazze della Germania, ai café del Galles, ai mercati della Francia e alle città dell’America.
Visitare oggi questi borghi significa anche scoprire questa straordinaria geografia del viaggio, dove una montagna apparentemente isolata si rivela sorprendentemente europea.