Il “prete volante” della Resistenza tra la Val Taro e la Val Baganza
La storia della Resistenza nell’Appennino parmense è fatta di partigiani, staffette, civili e comandanti.
Ma è fatta anche di sacerdoti che decisero di non restare spettatori.
Tra queste figure, una delle più significative è Don Guido Anelli, ricordato dalla memoria locale con un soprannome che ancora oggi incuriosisce: il “prete volante”.
Parroco di Belforte dal 1939, Don Guido trasformò la propria canonica in un luogo di accoglienza, protezione e organizzazione per le formazioni partigiane che operavano tra la Val Taro e la Val Baganza.
La sua non fu una scelta dettata dall’avventura.
Fu una scelta di coscienza.
In un tempo in cui aiutare un perseguitato significava mettere a rischio la propria vita, decise di restare accanto alla popolazione e a chi combatteva per la libertà.
Per il visitatore di oggi, la sua vicenda rappresenta una delle pagine più intense della storia civile e religiosa dell’Appennino.
Un parroco tra le montagne
Quando Don Guido Anelli arrivò a Belforte nel 1939 trovò una piccola comunità di montagna, dove il parroco rappresentava molto più di una guida religiosa.
Era consigliere, punto di riferimento, educatore e presenza costante nella vita quotidiana delle famiglie.
Nessuno poteva immaginare che, pochi anni dopo, quella stessa canonica sarebbe diventata uno dei luoghi simbolo della Resistenza appenninica.
Lo scoppio della guerra cambiò profondamente il destino della valle e anche quello del suo parroco.
La canonica come rifugio
Durante gli anni dell’occupazione tedesca la canonica di Belforte assunse un ruolo completamente nuovo.
Le sue stanze offrirono ospitalità, protezione e sostegno ai partigiani che operavano tra le montagne.
Qui si trovava un luogo sicuro dove incontrarsi, riposare, ricevere informazioni e organizzare le attività.
In un periodo segnato da rastrellamenti e violenze, la casa del parroco divenne uno spazio di fiducia.
Un luogo in cui la solidarietà aveva un valore concreto.
Un ponte tra comunità
Don Guido non fu soltanto il parroco di Belforte.
La sua attività contribuì a mettere in relazione gruppi partigiani, popolazione civile e comunità delle vallate.
La sua figura univa il territorio della Val Taro e quello della Val Baganza, dimostrando come le montagne fossero attraversate da una rete di relazioni molto più ampia dei singoli paesi.
Il suo impegno rafforzò il senso di collaborazione tra le diverse realtà della Resistenza.
La Brigata Julia
Uno dei momenti più importanti della sua attività si colloca il 10 agosto 1944, quando contribuì alla costituzione della seconda Brigata Julia.
Questa formazione rappresentò una delle principali realtà partigiane dell’Appennino parmense.
Il coinvolgimento di Don Guido testimonia quanto il suo ruolo andasse oltre quello di semplice assistente spirituale.
Partecipò infatti alla costruzione di una rete organizzativa fondamentale per la lotta di liberazione.
Il viaggio verso Roma
Tra gli episodi più straordinari della sua biografia vi è il viaggio compiuto nel novembre del 1944.
Per raggiungere Roma attraversò a piedi le linee nemiche.
Era una missione estremamente rischiosa, affrontata con l’obiettivo di ottenere sostegno e riconoscimento per la Resistenza che operava nelle vallate dell’Appennino.
Il percorso richiese coraggio, prudenza e una straordinaria determinazione.
Ancora oggi rappresenta uno degli episodi più significativi della sua vita.
Il “prete volante”
Fu il ritorno da quella missione a dare origine al soprannome con cui è ancora ricordato.
Secondo la memoria resistenziale, dopo aver raggiunto Roma tornò nell’Appennino con un’operazione aerea che lo riportò nella zona di Bardi.
Da quel momento molti iniziarono a chiamarlo “il prete volante”.
Il soprannome non racconta un gesto spettacolare fine a sé stesso.
Ricorda invece il coraggio di un sacerdote che accettò di affrontare rischi straordinari per sostenere la propria comunità.
Una fede che diventa scelta
La figura di Don Guido Anelli permette di comprendere un aspetto importante della Resistenza italiana.
Molti sacerdoti interpretarono il proprio ministero come servizio alle persone più fragili, indipendentemente dal pericolo.
Nel suo caso, la fede si tradusse in accoglienza, responsabilità e vicinanza a chi viveva il dramma della guerra.
Questa dimensione rende la sua storia profondamente umana.
La memoria di Belforte
Ancora oggi Belforte conserva il ricordo di Don Guido Anelli come parte integrante della propria identità.
La canonica continua a rappresentare un luogo della memoria, capace di raccontare una stagione in cui una semplice casa parrocchiale divenne rifugio, centro di incontro e simbolo di solidarietà.
È uno di quei luoghi in cui la storia non si legge soltanto nei documenti, ma anche negli spazi che l’hanno vissuta.
Cronologia
1939
Don Guido Anelli diventa parroco di Belforte.
10 agosto 1944
Contribuisce alla costituzione della seconda Brigata Julia.
Novembre 1944
Attraversa le linee nemiche per raggiungere Roma e sostenere la Resistenza.
1969
Muore a San José de Cazorla.
Cosa vedere
Belforte
La comunità che fu al centro della sua attività pastorale e civile.
La canonica di Belforte
Luogo simbolo della Resistenza tra la Val Taro e la Val Baganza.
I percorsi della memoria partigiana dell’Appennino
Per comprendere il contesto in cui operò Don Guido Anelli.
I luoghi della Brigata Julia
Testimonianze della lotta di liberazione nelle montagne parmensi.
Perché ricordarlo
Don Guido Anelli rappresenta una delle figure più significative della Resistenza nell’Appennino parmense.
La sua storia unisce fede, coraggio e responsabilità civile.
Racconta un sacerdote che trasformò la propria casa in un rifugio per chi combatteva e che affrontò personalmente una missione oltre le linee nemiche per sostenere la causa della libertà.
Per il visitatore contemporaneo è una figura che aiuta a comprendere come la Resistenza sia stata anche una storia di comunità, di solidarietà e di scelte personali.
Ed è proprio questo intreccio tra la canonica di Belforte, le montagne della Val Taro e la memoria della Liberazione a rendere il suo racconto uno dei più intensi dell’intero Appennino parmense.