Amleto Vergiati, Julián Centeya: Da Borgotaro Al Tango Di Buenos Aires

Da Borgo Val di Taro a Buenos Aires: il poeta che diede voce al tango

La storia dell’emigrazione non è fatta soltanto di valigie, lavoro e sacrifici.

A volte diventa letteratura.

Diventa musica.

Diventa una nuova lingua capace di unire due mondi lontani.

La vicenda di Julián Centeya, nato a Borgo Val di Taro con il nome di Amleto Enrico Vergiati, è una delle più straordinarie storie di emigrazione culturale legate alla Val Taro.

Nato il 15 ottobre 1910, lasciò l’Appennino quando era ancora bambino.

Nel 1922 partì con la famiglia verso l’Argentina, seguendo quel grande movimento migratorio che portò migliaia di abitanti delle vallate a cercare una nuova vita oltreoceano.

A Buenos Aires non cambiò soltanto paese.

Costruì una nuova identità.

Da Amleto Vergiati divenne Julián Centeya, trasformandosi in uno dei più originali poeti e narratori della capitale argentina, profondamente legato al mondo del tango, del lunfardo e dei quartieri popolari.

Per il visitatore di oggi la sua storia racconta come un piccolo borgo dell’Appennino possa diventare una delle radici culturali di una delle città più affascinanti del mondo.


Un bambino della Val Taro

Amleto Enrico Vergiati nacque in una Borgo Val di Taro ancora profondamente legata alla vita rurale e ai commerci dell’Appennino.

Le montagne, i boschi e la cultura popolare costituivano il mondo della sua infanzia.

Come accadde a molte famiglie della valle, però, anche la sua dovette confrontarsi con la scelta dell’emigrazione.

L’Argentina rappresentava allora una terra di opportunità per migliaia di italiani.

Nel 1922, quando aveva circa undici anni, iniziò il viaggio che avrebbe cambiato completamente la sua vita.


Il viaggio verso Buenos Aires

Lasciare l’Italia negli anni Venti significava affrontare un cambiamento radicale.

Non si trattava soltanto di attraversare l’oceano.

Occorreva imparare una nuova lingua, adattarsi a una nuova società e costruire un futuro lontano dalle proprie radici.

Per molti emigranti questo significò conservare nel cuore il ricordo dell’Appennino.

Per Amleto Vergiati significò anche trasformare quell’esperienza in cultura.


Una nuova identità

A Buenos Aires il giovane emigrante iniziò a firmare le proprie opere con il nome di Julián Centeya.

Il cambiamento del nome non rappresenta soltanto uno pseudonimo letterario.

È il simbolo di una doppia appartenenza.

Da una parte il ragazzo nato tra le montagne della Val Taro.

Dall’altra lo scrittore che diventa una delle voci della capitale argentina.

In quel nuovo nome convivono due mondi.

L’Appennino e il Río de la Plata.


La città del tango

Buenos Aires era una metropoli costruita anche grazie all’immigrazione italiana.

Le sue strade, i caffè e i quartieri popolari erano attraversati da lingue, dialetti e culture provenienti da tutta Europa.

In questo ambiente Julián Centeya trovò la propria voce.

La sua produzione letteraria raccontò la città reale, quella delle persone comuni, dei lavoratori, dei musicisti e dei quartieri dove nacque e si sviluppò il tango.


Il lunfardo

Uno degli aspetti più originali della sua opera è il rapporto con il lunfardo, il linguaggio popolare nato nelle periferie di Buenos Aires dall’incontro tra lo spagnolo e le lingue degli emigranti.

Tra queste vi erano anche numerosi dialetti italiani.

La storia di Julián Centeya rappresenta quindi anche un viaggio linguistico.

Il ragazzo cresciuto parlando l’italiano e i suoni dell’Appennino contribuì a valorizzare una lingua nuova, nata dall’incontro di culture diverse.


Il tango come poesia

Per Julián Centeya il tango non era soltanto musica.

Era un modo di raccontare la città.

Le sue poesie e i suoi scritti restituiscono il volto umano di Buenos Aires, descrivendone atmosfere, personaggi e luoghi con uno stile profondamente originale.

La sua opera contribuì a trasformare il tango in un patrimonio letterario oltre che musicale.


Borgotaro e l’Argentina

La vicenda di Amleto Vergiati permette di osservare la storia della Val Taro da una prospettiva diversa.

L’emigrazione non produsse soltanto lavoratori, artigiani e commercianti.

Generò anche scrittori, giornalisti e artisti.

La cultura della valle continuò a vivere e a trasformarsi anche dall’altra parte dell’oceano.

Julián Centeya rappresenta uno degli esempi più affascinanti di questo fenomeno.


Due nomi, una sola storia

La forza della sua biografia risiede proprio nel dialogo tra le due identità.

Amleto Vergiati non scompare.

Continua a vivere dentro Julián Centeya.

Il bambino nato a Borgo Val di Taro e il poeta di Buenos Aires appartengono alla stessa persona.

Questa doppia appartenenza racconta meglio di qualunque altra cosa il significato dell’emigrazione italiana.

Non una perdita.

Ma una trasformazione.


Cronologia

1910
Nasce a Borgo Val di Taro il 15 ottobre.

1922
Emigra con la famiglia in Argentina.

Seconda metà del Novecento
Diventa una delle principali voci poetiche legate al tango e alla cultura popolare di Buenos Aires.

1974
Muore a Buenos Aires.


Cosa vedere

Borgo Val di Taro

La città dove ebbe origine la sua storia.

Gli itinerari dedicati all’emigrazione valtarese

Per comprendere il grande movimento migratorio verso le Americhe.

I percorsi culturali sulla diaspora della Val Taro

Un viaggio tra le storie di chi portò la cultura della valle nel mondo.


Perché ricordarlo

La storia di Amleto Enrico Vergiati, diventato Julián Centeya, è una delle più affascinanti dell’emigrazione valtarese.

Attraverso la sua vita si scopre che partire non significò soltanto cercare lavoro.

Per alcuni significò creare nuova cultura.

Per il visitatore contemporaneo questa biografia rappresenta un ponte tra due mondi apparentemente lontani: l’Appennino parmense e Buenos Aires.

Una storia che unisce montagne e tango, dialetto e lunfardo, Italia e Argentina.

E che dimostra come le radici della Val Taro continuino ancora oggi a vivere anche nei luoghi più lontani del mondo.

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